
Si è avuto, sulle prime, un moto di delusione: il grande disegno di un`Europa unita è sembrato di colpo rattrappirsi, riducendosi a un patteggiamento mediocre con risultati davvero modesti. Ma non ha tardato a farsi strada un giudizio più approfondito: abbiamo compreso che non si trattava di scegliere il titolare di un potere effettivo, ma un mediatore con le qualità per guidare una costruzione ancora in corso. Insomma, come ha detto un insigne europeista, Jacques Delors, qualcuno che fosse davvero in grado di «creare consenso».
Bisogna riconoscere che, da questo punto di vista, Herman van Rompuy, primo ministro del Belgio, ha dato ottima prova nel comporre i laceranti dissidi tra fiamminghi e valloni. Certamente non ha la notorietà internazionale del candidato messo da parte, Tony Blair, contro cui ha giocato la scelta del sostegno all`ex presidente americano George Bush nella guerra contro l`Iraq, dimostrazione lampante di quanto le relazioni speciali tra Gran Bretagna e Stati Uniti fossero più importanti del rapporto con l`Europa.
La forte personalità dell`ex-premier britannico, con ogni probabilità, avrebbe raccolto tra i governi europei molti
più contrasti che consensi, e il mancato appoggio alla sua candidatura da parte del presidente francese Nicolas Sarkozy e della cancelliera tedesca Angela Merkel si fonda su una giustificata prudenza, nell`interesse dell`integrazione europea. Tuttavia, se non mancavano le buone ragioni per la scelta di un presidente dell`Unione di basso profilo, quella del ministro degli Esteri, l`inglese Catherine Ashton, risponde all`indomabile logica della spartizione di poltrone. Reclamando un compenso per la mancata elezione di Blair, la Gran Bretagna ha avuto la
meglio, purtroppo, a scapito di Massimo D`Alema; il quale, con i suoi titoli impeccabili, non ha potuto contare su una forza di pressione adeguata. A scapito dell`Europa, prima ancora che dell`Italia.