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Commissione 04 - Difesa - Intervista
3 marzo 2010

Antonio Colazzo - intervento - Oggi

Zavoli: Che cosa ci faceva il nostro 007 a Kabul?

La presenza dei servizi di intelligente in Afghanistan rispondeall`esigenza di assicurare al nostro contingente militare, impegnato in una missione complessa e rischiosa, una informazione che superi l`ordinaria, quotidiana gestione delle operazioni militari. È quella riguardante i piani delle cellule terroristiche, i collegamenti e gli appoggi su cui possono contare, la possibilità, decifrando e valutando le notizie raccolte, di anticiparne le mosse: il compito, insomma, dei servizi segreti, destinato a restare nell`ombra pur essendo di vitale importanza.
Anche Pietro Antonio Colazzo sarebbe rimasto sotto la copertura della qualifica di consigliere diplomatico se non fosse caduto uccíso dai talebani mentre, non essendo
fuggito come avrebbe potuto, face va coraggiosamente il
suo dovere mettendo in salvo quattro militari dei contingente. Era, a Kabul, il numero due dell`organismo che ha preso il posto dei Sismi, l`Agenzia di informazione
e sicurezza esterna (Aise). Non inquadrato militarmente,
si era laureato in Lingue orientali, conoscitore dell`arabo e dei davi, l`idioma usato da afghani e iraniani, aveva svolto servizio nella Marina militare e alla Farnesina prima di venire destinato, con funzioni operative, nell`Oman. Un agente, insomma, di nuova generazione, esperto soprattutto nel lavoro di analisi delle informazioni raccolte dalle fonti più diverse per valutarne l`attendibilità e trarre, dai frammenti, un quadro d`insieme. Non credo che in avvenire il contingente italiano, forte di 2.500 soldati, con altri 1.000 in arrivo, possa svolgere la sua difficile missione senza poter fare affidamento sul delicato e insostituibile lavoro dell`intelligence, e di servitori dello Stato come l`agente caduto a Kabul.


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difesa  
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