
Questa è una legge-minestrone che non ha l`effetto di riformare il nostro diritto del lavoro, come occorrerebbe fare, ma solo di allentarne i bulloni». Il professore Pietro Ichino, giuslavorista, docente ordinario di Diritto del lavoro nell`Università statale di Milano e senatore del Pd è critico sulle nuove regole del lavoro.
Perché secondo lei l`arbitrato contrattato a livello individuale, come prevede la nuova norma, è una scelta
sbagliata? «Perché ancora una volta saranno penalizzati i più deboli, cioè i dipendenti di piccole imprese o chi lavora in aree
non coperte dal contratto collettivo. L`arbitrato sarebbe invece utilissimo se fosse affidato alle parti stipulanti
del contratto collettivo per risolvere tutte le controversie sull`applicazione del contratto stesso».
A che cosa potrebbe servire? «Oggi, in Italia, il 47% delle controversie riguarda materie retributive regolate solo dal contratto collettivo: a cui se ne aggiunge un 18% in materia di inquadramento. Quindi, più della metà delle controversie giudiziali avrebbe potuto essere eliminata e passata alla
competenza arbitrale».
Pensa che questa riforma finirà col separare i lavoratori protetti dai poco o per nulla garantiti? «In tutti gli interstizi del tessuto produttivo nei quali non si applica un contratto collettivo che ponga i necessari paletti, l`imprenditore spregiudicato potrà imporre al lavoratore la soluzione arbitrale delle controversie con un arbitro "addomesticato". Ma la cosa
più grave è che la legge si rimangia il principio di trasparenza totale nel settore pubblico, contenuto nella legge Brunetta di un anno fa».
E cioè? «L`accessibilità totale di dati e informazioni viene mantenuta e correttamente ridefinita solo in riferimento ai rapporti di lavoro pubblici, ma viene azzerata per ogni altro aspetto del funzionamento delle amministrazioni. È
un grosso passo indietro».