
In Uganda sta per concludersi la Conferenza di revisione della Corte Penale Internazionale. L`avvenimento è più o meno passato sotto silenzio, eppure è stata un`occasione importante, sia per le vittime di crimini di guerra, crimini contro l`umanità e genocidio, che per quanti si battono nel mondo per porre un limite all`impunità e affermare che può esserci pace senza giustizia. Ancor più importante è che la conferenza si sia tenuta in Africa. In effetti la Corte è spesso accusata di essere uno strumento "di stampo coloniale", di Nord contro Sud. Non è così. Da Commissaria Ue, verso la fine degli anni Novanta, passavo più tempo su e giù per la regione dei Grandi Laghi che a Bruxelles, non solo per far fronte all`emergenza umanitaria, eredità di due genocidi che hanno sconquassato la regione in quel decennio, ma anche per battere a tappeto le capitali, alla ricerca di ratifiche. Il Partito radicale trasnazionale era attivo in Asia o in America Latina e alla fine, in soli quattro anni, nel 2002 la Corte ha preso a funzionare. La determinazione degli "Stati Parte" a dare corpo al principio del «No all`impunità, sì alla giustizia penale internazionale», emerge oggi rafforzata, anche in termini di opinione pubblica. Ancora una volta sono gli Stati africani a giocare il ruolo di punta. L`Uganda ha deferito alla Corte il caso del leader dei ribelli del Lord`s ResistanceArmy, latitante nel Nord del Paese, lo stesso hanno fatto Congo e Repubblica centrafricana per altri criminali. Il Consiglio di Sicurezza ha deferito alla Corte il caso del presidente sudanese Bashir e la Corte, di propria iniziativa, ha aperto un`inchiesta sul Kenya. Troppo poco, diranno gli scettici, troppo lento, dicono gli impazienti, troppo politicizzata, dicono gli accusati, ma intanto la Corte esce rafforzata. Il Bangladesh ha appena ratificato e la Malesia ha annunciato la ratifica. Certo, mancano "grandi" potenze, ma in molti cominciano a riconoscere l`utilità della Corte. Kampala si è battuta per essere la sede di questo appuntamento, in segno di supporto alla Corte e al principio della giustizia internazionale, e per l`occasione ha chiesto a «Non c`è
Pace Senza Giustizia» di preparare un evento che mettesse insieme vittime di guerra, delegati e protagonisti della Corte.
Così è stata organizzata una partita di calcio tra due squadre miste, capitanate dal Segretario Generale dell`Onu Ban Ki-moon e dal presidente ugandese Museveni. Nel ruolo di terzino, il ministro della Giustizia italiano Angelino Alfano. È stato un momento di condivisione emozionante, e quando ho fischiato la fine del match, con orgoglio ho visto vittime e ministri sedersi sul prato a discutere, come mai prima era avvenuto.