
Giulio Tremonti ha citato la novità del termine "poliarchia nella "Caritas in Ventate", anche se lo ha fatto per giustificare la debolezza del Governo in un quadro globalizzato. La questione è seria. Il termine, sorto a inizio 1600, sviluppato soprattutto dal politologo Robert Alan Dahl per tenere conto delle differenze rispetto alle città-stato greche in cui era stata coniata la categoria di democrazia, nonché dei legami contraddittori ma indissolubili tra democrazia e capitalismo, sta a significare che il potere sociale è distribuito tra più persone e più realtà, opponendosi a monarchia, oligarchia e aristocrazia. E' la realtà delle democrazie contemporanee nella quale coesistono - una come condizione dell`altra - separazione sociale e separazione costituzionale dei poteri.
Poliarchia significa scelta netta per il pluralismo. La categoria di democrazia è più ambigua per due motivi. Anzitutto perché si basa anche su visioni monarchiche (come quella di Jean-Jacques Rousseau), che vengono riattualizzate nei richiami a forme forti di "primato della politica", di "nuova statualità" (ultimo il giurista cattolico, ma, non casualmente, socialdemocratico Emst-Wolfgang Bockenforde, in Italia ciò si alimenta a sinistra nell`eredità dossettiana) che alla fine riassumono il pluralismo dentro le istituzioni statali. In secondo luogo perché democrazia, in connessione a quelle visioni, presenta elementi indistinti di "dover essere" che sfociano nella centralità dello Stato e nel valutare le differenze sociali e territoriali come disvalore richiedendo politiche uniformizzanti.
Con la poliarchia si scende sui sistemi politici reali e si fa un`opzione chiara per una visione di valorizzazione dinamica del pluralismo, riconoscendo che i sistemi sociali sono ordinati da più principi non unificabili. La politica è solo uno dei sottosistemi ed è regolata dal
diritto, prodotto da più fonti, non solo dalla legge. Il pluralismo, l`esistenza di organizzazioni relativamente autonome, è requisito necessario della poliarchia, ma non c`è determinismo: ci può essere pluralismo senza poliarchia, con un sistema statico, senza competizione, in cui le organizzazioni finiscono per nuocere all`uguaglianza di chances e ad alterare l`agenda pubblica. I1 pluralismo rafforza l`autonomia di tutti i sottosistemi, che non sarebbe concepibile senza organizzazioni che lo strutturano, ma se non si inserisce in un quadro di competizione, in cui è decisivo il ruolo della regolamentazione, esso viene semplicemente ratificato dalla politica, rafforzando gli insiders a danno degli outsiders. Ad esempio, è positivo che esistano
associazioni professionali a cui possono essere riconosciute funzioni pubbliche, ma le regole interne e quelle poste dalle istituzioni debbono garantire accesso e apertura.
Concretamente, nell`attuale periodo storico, nelle democrazie consolidate, sostenere una visione poliarchica significa:
a) valorizzare il principio di responsabilità in modi diversi a seconda del concreto sottosistema di riferimento: in quello politico-istituzionale la responsabilità elettorale di rappresentanti e governanti e il principio di sussidiarietà verticale, in modo che
l`unità dei sistemi non significhi uniformità, soprattutto
degli strumenti adottati;
b) sostenere una visione aperta e dinamica del bene comune, non definibile in modo sostanzialistico una volta per tutte, ma rimesso al contributo di ogni sfera sociale, politica, religiosa, economica;
c) nei rapporti tra i diversi sottosistemi la visione poliarchica sottolinea il valore del principio di sussidiarietà orizzontale e l`intervento sussidiario delle istituzioni soprattutto in termini di regolazione più che di gestione diretta; l`eventuale gestione diretta deve essere per quanto possibile in concorrenza e non in regime di monopolio;
d) diffidare, quindi, di strategie di regolazione del
mercato e dell`economia affidate a un indistinto "primato della politica";
e) nei rapporti tra sottosistema politico e religioso la visione poliarchica sottolinea al tempo stesso l`incompetenza religiosa dei poteri politici, fatte salve le esigenze dell`ordine pubblico, e l`apertura alle diverse istanze delle persone e delle comunità in termini di scelte personali e di contributo al dibattito pubblico;
f) evitare derive centralistiche, statalistiche, "monarchiche" in tutti i sensi;
g) proprio perché la politica è riconosciuta solo come uno dei sottosistemi, regolato da un diritto prodotto da più fonti, le istituzioni di governo devono essere dotate in quell`ambito costitutivamente limitato di capacità decidenti su cui poi si deve esercitare la responsabilità rimessa soprattutto al corpo elettorale, altrimenti è inevitabile una deriva oligarchica.
Insomma ha senso parlare di poliarchia se si capisce che essa, a destra come a sinistra, è un vaccino chiaro contro le varie tendenze statalistiche, vecchie e nuove.