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Commissione 04 - Difesa - Intervista
2 agosto 2010

Difesa - intervento - Paneacqua

Del Vecchio:La tutela dei beni artistici e culturali nei Balcani

L'impegno dei contingenti militari italiani a garanzia di un patrimonio di grande importanza per i Balcani e non solo

La salvaguardia del patrimonio artistico e culturale è sempre stato un obiettivo particolarmente sentito dalle opinioni pubbliche, soprattutto in presenza di eventi drammatici che mettono a repentaglio la conservazione di beni di inestimabile valore.
Le generalizzate dichiarazioni di biasimo che hanno accompagnato negli ultimi anni le azioni contro il patrimonio in argomento, come nel caso del saccheggio del Museo di Bagdad o della distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan, sono la testimonianza del diffuso
sentimento della comunità internazionale.
In questo quadro, merita d`essere evidenziata - anche perché aiuta a comprendere meglio il contributo delle Forze militari regolari nelle operazioni di supporto alla pace l`opera di salvaguardia dei beni artistici e culturali svolta dai contingenti italiani nelle aree di crisi in cui sono stati impiegati.
Tra le varie aree di crisi, quella che sicuramente consente di evidenziare questa opera meritoria dei
contingenti militari è la regione dei Balcani, dove la conflittualità ha sempre assunto aspetti peculiari
ed emblematici.
I fortissimi contrasti etnici nell`area hanno determinato il coinvolgimento, come obiettivi dei conflitti locali, anche del patrimonio artistico, culturale e storico delle diverse nazionalità e religioni presenti nella regione.
La partecipazione alla lotta delle popolazioni, sostenuta da un attaccamento fortissimo al proprio territorio e dal senso di appartenenza a un`etnia o a una fede, è stata
in ogni momento totale.
In questa situazione, la distruzione di tutto ciò che rappresentava [-entità" nemica (primo fra tutti, il
patrimonio culturale e religioso) rappresentava, nella tragica percezione di quei combattenti dei Balcani,
un gran successo perché contribuiva ad annullarne le radici storiche, religiose ed etniche del nemico.
In definitiva, il patrimonio culturale diveniva uno dei principali obiettivi del contrasto.
La complessità della tutela dei beni artistici e culturali nei conflitti nei Balcani.
L`azione dei soldati italiani si è rivelata immediatamente complessa. Addirittura inefficace nei riguardi dei numerosi beni che erano stati distrutti o danneggiati prima del loro arrivo nell`area, per opera di bande armate di solito non riconducibili a entità statuali.
I contingenti nazionali non hanno potuto, pertanto, far nulla per sanare situazioni ormai definitivamente compromesse, ma molto hanno fatto per evitare che il patrimonio artistico di tutta la regione subisse altre, gravi offese. E ciò è avvenuto nonostante quei contingenti fossero stati inviati nell`area per operare in un contesto
non più conflittuale e quindi con compiti diversi dal contrasto degli attacchi al patrimonio artistico e culturale.
È stato necessario, pertanto, definire rapidamente le modalità per neutralizzare le azioni violente che si sviluppavano contro i beni artistici e culturali della regione. Ed è stato necessario stabilire le norme di comportamento da utilizzare nell`attività di salvaguardia di quei beni, dopo aver preso atto che operavano
in situazioni di perdurante conflittualità.
Bosnia-Herzegovina
L`accentuata ripartizione etnica e l`appartenenza della popolazione a tre religioni diverse hanno costituito
dal 1992 al 1995 la miscela esplosiva del conflitto in BosniaHerzegovina, che ha portato il Paese a tragiche conseguenze.
La distruzione dei simboli storici e culturali delle diverse etnie e delle differenti religioni è stata espressione dell`odio atavico presente nella regione. L`abbattimento del ponte di Mostar, così come i gravissimi
colpi inferti alla Biblioteca di Sarajevo, per ricordare solo alcuni dei beni artistici e culturali gravemente
danneggiati dal conflitto, sono avvenuti giorno dopo giorno, senza che l`indignazione dell`opinione pubblica mondiale potesse fermare la mano criminale.
In questa situazione di grave pericolo per il patrimonio artistico e culturale, i militari italiani hanno operato per la sua salvaguardia e conservazione nell`area più sensibile e delicata, quella di Sarajevo, Pale e Goradze.
Al nostro contingente, infatti, è stata data, a partire dal 1996 la responsabilità di garantire l`integrità
di tutti quei monumenti e quei luoghi di culto (moschee, chiese ortodosse, ecc.) che, per le vicende conflittuali, erano venuti a trovarsi in territori occupati da comunità ed etnie diverse da quelle che li aveva espressi e che nutrivano, proprio nei riguardi proprio di quei simboli
religiosi, sentimenti di odio.
L`azione di tutela richiedeva impegno e determinazione tanto più elevati quanto più importanti erano i beni da proteggere. Basti ricordare al riguardo, la Cattedrale cattolica del "Sacro Cuore" di Sarajevo e il cimitero ebraico della stessa città, che erano obiettivi "privilegiati" delle milizie che operavano
nel Paese.
Quindi, un intervento diretto e risolutivo. Ma, soprattutto, un intervento che doveva opporsi a intenti
violenti e doveva essere sostenuto, se necessario, anche dall`impiego della forza.
Albania
Diversamente si è caratterizzata la violenza contro il patrimonio artistico e culturale di un`altra area dei
Balcani, l`Albania. Gli attacchi del 1997 ai danni dei
beni culturali non erano riconducibili a manifestazioni di odio interetnico, come invece era avvenuto in Bosnia e come sarebbe accaduto in Kosovo, a partire dal 1998.
La comune appartenenza della popolazione a una stessa nazionalità, quella albanese, e la professione di
una stessa religione, quella islamica, escludevano, tra le motivazioni delle violenze al patrimonio artistico, le "diversità" culturali e storiche.
Il degrado di tale patrimonio si è consumato attraverso una sistematica "spoliazione" di importanti opere d`arte risalenti alle antiche popolazioni della regione. Il mercato clandestino di questi beni era alimentato dall`azione criminosa di bande armate e prosperava in
un`area sconvolta da una profonda crisi e dalla dissoluzione dello Stato albanese.
Nulla si era potuto contrapporre a questa situazione di totale anarchia, fino a quando il contingente italiano cominciava ad assumere il controllo del territorio e a salvaguardare il suo patrimonio artistico e culturale. L`attività di tutela si sviluppava con diverse modalità operative, dettate sia dal livello di conflittualità
presente nelle varie aree, sia dalla diversa tipologia dei reati contro i beni in argomento.
Tra di esse: - la ricerca dei luoghi dove le opere
d`arte sottratte venivano nascoste per la successiva immissione nel mercato illegale; - il recupero di numerosi beni artistici (icone, monete antiche, ecc...) e la loro restituzione ai legittimi proprietari o alle rinascenti
Istituzioni culturali; - la disarticolazione del sistema
che aveva reso possibile il mercato clandestino d`arte, grazie all`individuazione e all`arresto degli autori dei furti;
- il controllo dei movimenti in tutta l`area, rendendo oltremodo difficoltoso il trasferimento di beni sottratti;
- la vigilanza diretta di quelle opere o monumenti nei confronti dei quali più elevata era l`attenzione delle bande criminali.
Kosovo
Ma la manifestazione più chiara dell`impegno dei contingenti militari italiani perla salvaguardia e la
tutela dei beni culturali è senza alcun dubbio quella legata alle vicende del Kosovo. In quella regione, il contrasto tra l`etnia serba quella albanese era presente e
acceso fino nelle più piccole località. Ogni edificio delle città, dei paesi e dei villaggi era caratterizzato
dalla vicinanza di persone appartenenti alle due entità nazionali. Anche se la popolazione è a netta maggioranza albanese, i luoghi di culto della religione serbo-ortodossa, opere di straordinaria bellezza e di inestimabile valore artistico, sono uniformemente e capillarmente diffuse su tutto il territorio del Kosovo.
E proprio quelle meraviglie artistiche, patrimonio dell`umanità e non solo della religione serbo-ortodossa,
venivano sistematicamente e continuamente attaccate dai kosovari di etnia albanese nell`intento di cancellare ogni identità serba ancora presente nell`area.
Gli attacchi dinamitardi - perché di questo si trattava -contro le chiese ortodosse rappresentavano anche una vendetta contro i misfatti compiuti in precedenza nei riguardi della stessa etnia albanese. 212 moschee
demolite, 86 minareti, 560 arabeschi e 12.000 manoscritti distrutti o danneggiati costituiscono le pesantissime ferite inferte dalle fazioni serbe al patrimonio artistico
e culturale del Kosovo, nel periodo dal 1998 a giugno del 1999. Per quei beni non si poteva fare più nulla.
In tale difficile situazione di vendette da parte dell`etnia albanese contro tutto ciò che rappresentava
l`atavico nemico, il contingente italiano doveva impiegare la forza, minacciando anche il ricorso alle armi, per opporsi al criminale intento di distruzione dei beni artistici e religiosi, svolgendo specifiche attività di protezione e di tutela, quali:
- la rigida vigilanza su tutti i beni artistici (chiese, monumenti, ecc...) che costituivano i potenziali
obiettivi degli attacchi; - la realizzazione di vere e proprie cinture di sicurezza, con postazioni e check point integrati da pattuglie mobili;
- la catalogazione attraverso un inventario di tutto il patrimonio culturale e artistico presente nell`area;
- la ricerca continua delle opere già sottratte prima del dispiegamento del contingente;
- l`imposizione di norme di comportamento precise e controllabili a tutti coloro che si avvicinavano alle aree protette; - la definizione di consegne per la vigilanza del patrimonio artistico, che tenessero conto del particolare contesto conflittuale;
- il ferreo controllo, infine, del territorio diretto a contrastare l`illecito commercio dei beni tutelati.
Le attività per la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale del Kosovo si svolgevano in un vero e proprio contesto conflittuale in cui era necessario spesso esprimere la massima determinazione, per neutralizzare
i tentativi di attacchi alle opere d`arte. Non erano quindi compiti di facile assolvimento e la difficoltà era
acuita dall`assenza di rappresentanti delle Istituzioni sovranazionali, dalla mancanza di un`autorità che potesse esercitare le funzioni di giustizia, in una situazione caratterizzata da diffusa presenza di criminalità comune, da frequenti ricorsi a omicidi o a rapimenti, da
una generalizzata disponibilità, da parte della popolazione, di armi illegali a cui doveva corrispondere
una rapida azione di requisizione. Nonostante ciò, i militari italiani hanno fortemente contribuito alla
prevenzione di violenze nei confronti degli oltre looo siti religiosi serbi presenti in Kosovo. Senza quel contributo, ben pochi di quei siti - tra i quali il Patriarcato di Pec e il Monastero di Decani, centri di culto di grande importanza e altissime espressioni artistiche - sarebbero scampati alla distruzione.
Conclusioni
Grazie all`azione del contingente nazionale un consistente numero di beni artistici e culturali può oggi continuare a rappresentare un patrimonio di grande importanza per i Balcani. Pur impegnato in compiti di controllo del territorio, di soccorso umanitario e di ripristino delle più elementari condizione di convivenza civile (compiti prioritari nelle operazioni di sostegno alla pace),
quel contingente ha svolto e svolge tuttora un`azione incisiva per garantire l`integrità, il rispetto e poi la
fruibilità di quei beni, evidenziando così una particolare capacità a intervenire per la tutela del patrimonio artistico e culturale nelle situazioni conflittuali o post conflittuali delle ricorrenti crisi internazionali.
Ma il contributo del contingente nazionale nelle recenti vicende storiche dei Balcani, fa emergereprepotentemente alcune riflessioni, sotto molti aspetti amare, sulla strada ancora da percorrere per arrivare a una vera e generalizzata sensibilizzazione del rispetto del patrimonio artistico e culturale.
Nelle giornate trascorse presso il Monastero di Decani, in Kosovo, nella vigilanza di quel sito così importante
e significativo, ho avuto modo di sfogliare, con commosso
coinvolgimento, un vecchio volume, nel quale altri soldati italiani avevano voluto lasciare testimonianza scritta del loro impegno militare nell`area.
Si trattava di italiani che erano a difesa, durante la Seconda guerra mondiale e quindi oltre 6o anni fa, dello stesso Monastero, che contrastavano le stesse minacce e che operavano in una situazione conflittuale analoga a quella dei nostri giorni. La sostanziale invariabilità
dei pericoli che quei beni artistici e culturali continuano a correre dopo tanto tempo ci consenta di fare le riflessioni di cui parlavo.
Innanzi tutto, dobbiamo prendere atto della limitatezza dei passi compiuti e della necessità di operare ancora fortemente se si vuole assicurare il rispetto permanente e
da tutti sentito del patrimonio artistico e culturale.
La seconda riflessione nasce dalla constatazione che i beni artistici e culturali, che dovrebbero essere simboli di universalità, sono spesso percepiti, specie nei contesti conflittuali, come espressione di diversità e di contrasto perché appartenenti a fazioni contrapposte.
I fenomeni collegati alle situazioni conflittuali sono molto complessi e non si prestano a semplificazioni.
Certamente, però, quando si discute di patrimonio artistico e culturale e quando si vuole operare perla
sua salvaguardia, quei fenomeni devono essere approfonditi, se veramente si vuole individuare i pericoli
che quel patrimonio corre, allorché sono disattesi e negati i principi della civile convivenza, del rispetto
dei diritti umani e dell`umana solidarietà.
L`auspicio, quindi, è che le diverse Organizzazioni coinvolte nelle sempre più frequenti situazioni di
crisi -dove i beni artistici, culturali e religiosi corrono i maggiori pericoli -, possano promuovere "un
codice" condiviso perla loro tutela, che permetta a tutte le popolazioni, le parti e le comunità di apprezzare e difendere quello che è "patrimonio" di tutti.


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