
Cossiga, un amico speciale. Mi presentava, dagli anni `70 ed ancora adesso, come "la mascotte della Base" e quella comune appartenenza a una nobile storia ci rese amici.
Dal 1979 quando fui eletta deputata mi chiamò "collega".
Come tutte le persone che gli volevano bene ho potuto stargli vicino in momenti trionfanti e in quelli più difficili e tristi, sia pubblici che personali. A me
analfabeta della tecnologia mostrava con la allegria di
un bambino le sue sofisticate apparecchiature, ma prima di queste diavolerie si divertiva moltissimo con le sue chiacchierate planetarie da provetto radioamatore. Quando era presidente della Repubblica spesso mi chiedeva di organizzare a casa cene riservate ai giovani deputati della Dc; era curioso di conoscere il loro pensiero, ma allo stesso tempo, con la sua presenza e il suo prestigio, voleva incitarli all`impegno coerente nelle istituzioni repubblicane.
Una bella giornata d`estate di molti anni fa, mi invitò a cena a pian del Cansiglio, dove era in vacanza, ma la sera fu segnata da un dramma dagli sviluppi imprevedibili: il golpe contro Gorbaciov. Presenti i fedelissimi amici e collaboratori, il generale Jean e il prefetto Mosino, abbiamo assistito alla sua ansia di fare "qualsiasi" cosa in aiuto all`amico Gorbaciov, perfino andare a... Mosca! Usava tutti i suoi telefonini per chiamare Andreotti, De Michelis... E' nota a tutti la sua comprensione e partecipazione alla politica estera come
coté indispensabile alla politica interna (lezione degasperiana).
Un episodio ha particolarmente segnato i miei esordi parlamentari: la caduta del suo governo con la fiducia posta sulla conversione di un decreto fiscale con norme sugli alcoli non gradite ad alcune potenti lobby. Allora il regolamento prevedeva prima la fiducia con voto nominale palese e poi lo scrutinio segreto del testo di legge. La maggioranza fu di oltre 80 voti per la fiducia espresa in modo palese. Ma due in meno a scrutinio segreto! Ero uscita (come mi invitava a fare sempre Remo Gaspari) per cercare colleghi che fossero fuori dall`Aula. Alcuni alla buvette, uno nella cabina telefonica nel corridoio vicino alla sala stampa. Recuperati! Non ha fatto in tempo ad entrare in aula Giuseppe Zamberletti, certamente uno dei sodali più cari di Cossiga, che era stato richiamato da una missione dal sudest asiatico ed io
entro in aula mentre Nilde Jotti pronuncia le rituali
parole «dichiaro chiusa la votazione». Mancano due voti; il mio compagno di banco Giovanni Galloni si è affrettato a consolarmi, perché anche col mio voto i numeri sarebbero stati pari e il governo non avrebbe avuto la maggioranza... ma io mi sono disperata ugualmente per il voto che feci mancare all`amico Francesco.
Fui consolata da due "basisti": il presidente del consiglio "bocciato" che ebbe compassione della mia ingenuità. Mi invitò a pensare a quanti erano i franchi tiratori e da Marcora. Per me fu un trauma; la grande stampa, che era contro il decreto, imbastì una campagna contro il voto mancato di una ingenua Garavaglia che non aveva saputo pigiare il pulsante. Il grande Biagi che ironicamente in un suo pezzo mi citò, quando mi conobbe personalmente trovò il modo di fare venia. E così cossighianamente mi sono tolta un sassolino.
La sincerità di Francesco Cossiga poteva arrivare alla brutalità, ma non veniva mai meno la sua carità cristiana. L`ho conosciuto come uomo di fede intransigente, obbediente alla Chiesa, profondo conoscitore di teologia, uomo di cultura oceanica, portato a parlare benissimo le lingue inglese e tedesca; tuttavia, nella storia rimarranno scolpite due immagini: il nome con la K e Picconatore. In fondo anche questi due stigmi racconteranno di un uomo di stato che ha amato soprattutto le istituzioni.