PRESTO, si dice, avremo lo tsunami della politica, che in agosto ha fatto non si capisce bene se più le ferie o le prove. L`abbiamo appena percepito dalla televisione, tanto da far sorgere un dubbio: che anche in un regime democratico il potere della tv sia più forte dei poteri che la governano. Agosto sta finendo, insomma, e con l`aria che tira la programmazione è ancora alleggerita a tal punto da sembrare in crisi persino più del Paese. Mentre, non foss`altro per prepararlo a ciò che comunque dovrà accadere, occorrerebbe una tivù che s`impegnasse a
rappresentare la situazione come va annunciandosi, approfondendo le possibilità più attendibili, senza farsi della vacanza un alibi per torcerla fino a spremerne l`ultima stilla. Certo, se la televisione fosse diventata
quello che la sua scoperta conteneva in sé di più originale e straordinario - garantendo alla realtà la sua "presa diretta" - oggi saprebbe meglio esprimere quanto le viene chiesto.
LA "DIRETTA" dei talk-show - per così poco non occorre scomodare Aldo Grasso - è un modo tecnologicamente
e psicologicamente esemplare di fare tivù. Sennonché si tenta di sottrarla al compito d`essere "contemporanea di se stessa", e proprio con le trasmissioni di approfondimento, chiamate più alla svelta "di denuncia". Le quali, in sostanza, pongono questa domanda: prima che la tivù diventi post-televisiva - e se ne parli come oggi si fa per i caratteri di stampa - come usarla? E` lecito, per esempio, dar voce alla protesta civile senza proteggersi dal rischio di affidare alla denuncia ciò che prima toccherebbe all`istruttoria? E alla sentenza ciò che prima spetterebbe al dibattimento e al confronto tra le parti? La tv, insomma, dev`essere informazione anche e soprattutto "dal vivo", o l`udienza finale di un processo,
con tanto di verdetto?
E` UNA VECCHIA storia. Mentre, nel 1992 stavo realizzando Viaggio nel Sud, che affrontava anche il grande tema dello Stato e dell`antistato, al festival del Pds di Terni, davanti a una platea numerosa, e schierata quel tanto che era naturale, discussi con Michele Santoro efficace ariete televisivo contro il muro allora impenetrabile di varie mafie - proprio il tema della protesta civile e di come rappresentarlo nella tv pubblica. L`indomani l`Unità riferì correttamente l`andamento dello scontro parlando, ringrazio ancora per ciò che mi riguarda, di due "scuole": la "mia" doveva intendersi incline all`indagine approfondita e all`analisi, magari da perseguire con le garanzie plurali
della registrazione e del montaggio; l`altra, volta a sostenere e a far crescere la denuncia, in diretta, sviluppando una narrazione coerente con quanto, mediandolo, saliva dalla protesta popolare, senza indugiare per "regolamento" sulla complessità e la completezza della rappresentazione.
IL DILEMMA, o semplicemente il problema, stava dunque in un diverso modo di comunicare; con la "pretesa", da parte mia, di ritenere in qualche modo «estorto» il consenso del pubblico quando le sue nozioni della realtà, trasformandosi in emozione, finiscono per alterarla. Sapevo e so, d`altronde, che la tivù dovrà restare un testimone attivo, quindi scomodo, della nostra vita, la quale è così piena di ombre che, al confronto, gli sgarri televisivi diventano quasi un`inezia. La mafia è oggi una grande questione della stessa democrazia, e per combatterla c`è ben altro da immaginare che un`informazione ridotta a un indolore, neutrale guardarsi
intorno. Ma perché l`intervento sia efficace va praticata una tivù che al massimo di partecipazione e di sdegno non faccia corrispondere il minimo di analisi e di chiarimento. I giovani, soprattutto, devono saperlo: in nessun altro tempo sarebbero stati raggiunti, persino inseguiti, da tante notizie; non essendovi strumento, più della tivù, in grado di testimoniare qualsiasi evento,
vivendolo nello stesso istante in qualunque luogo della Terra. E tuttavia, o forse proprio per questo, non abbiamo mai saputo così poco di noi, delle nostre azioni e delle loro conseguenze. Un voltar pagina sempre più rapido rende tutto un po` sfuggente e obliquo, i palinsesti devono essere sempre più agili, il mercato esige che si consumi una grande varietà di immagini, la parola stessa deve diventare più leggera e scorrevole, fino al progressivo impoverimento che la speditezza le impone. Ha preso forma una sorta di nomadismo verbale, è come il rotolio di tante perle mercuriali, l`una uguale all`altra nel loro ruscellare, parrebbe, obbligato; con la loro tracimazione al di là dello schermo, in un regno d`ombre pazienti e
rassegnate perché l`antico bisogno di dire secondo l`imperscrutabile ordine o disordine dei pensieri di ciascuno sta lentamente spegnendosi.
LA GENTE vorrebbe sapere perché tutto va così in fretta, specie in tivù. Incalza sempre qualcos`altro e bisogna fargli posto. La velocità, così, coincide con la fine del «pensiero lungo»: quello, non certo rimpianto,
dell`ideologia. Rotto il grande schema, si è passati a una realtà più tangibile, quotidiana, quasi erratica. Cioè a un pensiero breve e a una parola rapida, funzionale, che
dice il necessario. Ne è nato una sorta di «fragilismo» che non postula più immagini e parole laboriose, ma taglienti, imperative e fuggevoli. Si è esagerato, insomma, per l`altro verso.
NON CREDO, tuttavia, che sia possibile «rincretinire» un popolo nemmeno col suo consenso. Guai a dar corpo alle ombre, ma povero quel Paese la cui televisione scegliesse la qualità minore del prodotto per garantirsi la quantità maggiore del consenso o del profitto. Diventati quasi la stessa cosa. Basta difendersene. Si può spegnere il teleschermo e, prima di riaccenderlo, leggere un libro o un giornale, ascoltare della musica, oppure discorrere, passeggiare, pensare, far
niente. Vivere, dopotutto, non è consegnarsi, ma scegliere e rifiutare.