
Sarà pure il 15° anniversario della Legge Dini, ma il dibattito di questi giorni sulla stampa intorno alle pensioni mi sembra un po` surreale. Il fatto è che di pensioni si parla sempre in modo decontestualizzato. Cosa ne pensino i cittadini e le forze sociali organizzate è un dettaglio. I dati riportati in questi giorni attengono due questioni: la sostenibilità della spesa pensionistica e l`adeguatezza del sistema previdenziale in rapporto all`andamento del bilancio dello Stato, da un lato; la consistenza delle pensioni, dall`altro.
Sulla prima questione, mi pare banale che si pretenda di valutare la sostenibilità del sistema, che ha evidentemente una correlazione diretta con l`andamento
dell`economia con riferimento al 2009, «l`anno della crisi». Ma soprattutto non si può dichiarare sufficiente alla «stabilizzazione definitiva» l`aggancio automatico dell`età pensionabile all`aspettativa di vita. Il tema vero è quello dell`andamento dell`economia. Ma non c`è traccia di exit strategy nè negli interventi del Governo degli ultimi 18 mesi, nè tanto meno, negli intendimenti attuali: non mi pare che nei 4 o 5 punti sui quali il premier intende testare la tenuta della maggioranza di governo le politiche economiche e sociali siano considerate.
La seconda questione, quella dell`adeguatezza dei trattamenti pensionistici mi sembra affrontata con un approccio di mera presa d`atto dei dati. Nel giro di pochi anni, con il passaggio al «sistema misto» (in corso) e poi, definitivamente, al sistema contributivo il cd «tasso di sostituzione» della pensione, cioè la percentuale di reddito da pensione percepita rispetto allo stipendio medio scivolerà sotto il 50%. In un Paese in cui gli stipendi medi si aggirano intorno ai 1000-1100 euro mensili! Inoltre, le pensioni contributive saranno uno specchio fedele della carriera lavorativa di ciascuno: che succederà della loro consistenza in presenza di un costante aumento della disoccupazione giovanile e del lavoro precario, la cui copertura contributiva è, oltretutto, discontinua e ridotta rispetto al lavoro tradizionale? Che ne sarà delle pensioni delle donne, già ora mediamente inferiori del 30% rispetto a quelle degli uomini? Di fronte a questo quadro la sollecitazione che viene dal Presidente dell`Inps è: «Promuoviamo la cultura della responsabilità nella gestione del patrimonio previdenziale; incoraggiamo i giovani alla previdenza complementare». Ma di quali giovani parliamo? Del 30% di
disoccupati? O di quelli, oltre 2 milioni, che non compaiono nemmeno sulle statistiche perché non studiano,
non lavorano e il lavoro nemmeno lo cercano? Con quali risorse dovrebbero accantonare il «gruzzolo» che serve a proteggere la loro vecchiaia? Magari con quelle stesse che consentono loro di tirare avanti ogni giorno, cioè quelle dei genitori pensionati?