
È stato un dirigente sindacale della Fiom-Cgil. Oggi è giuslavorista e senatore del Pd. Ma nel mondo della politica è considerato un riformista doc. Le proposte di Pietro Ichino fanno discutere. Piacciono spesso a destra. E quasi sempre dispiacciono alla sinistra, quella più massimalista. Del resto il professore vaticinava da tempo la necessità di rivoluzionare le relazioni industriali e così, all`indomani dello strappo di Federmeccanica che disdetta il contratto di categoria del 2008, l`ultimo firmato dalla Fiom, ha gioco facile a dire che «sul piano della politica sindacale, questo atto apre la crisi del nostro sistema di relazioni industriali a carattere marcatamente centralistico, cioè fondato sul contratto collettivo nazionale rigidamente inderogabile».
Professore, ma non ci aveva già pensato la riforma contrattuale del 2009? «No: quell`accordo ha cambiato ancora troppo poco. Tanto è vero che il contratto aziendale stipulato dalla Fiat con
Fim e Uilm a Pomigliano è entrato in attrito anche con quell`accordo interconfederale».
Perché? «Perché la riforma dice che lo scostamento dal modello standard nazionale deve essere un`eccezione e comunque
filtrata da una commissione paritetica nazionale».
Quindi serviva lo strappo... Ma in questo modo non si rischia di arrivare a una contrattazione "al ribasso", il famigerato "dumping sociale"? «Certo, c`è l`innovazione buona e quella cattiva. Ma non possiamo precluderci quella buona per paura di quella cattiva: e invece è proprio quello che stiamo facendo. Il sindacato che in una azienda rappresenta la maggioranza
deilavoratori deve poter valutare il piano industriale innovativo e, se la valutazione è positiva, deve poter guidare e rappresentare i lavoratori stessi nella
scommessa comune con l`imprenditore su quel piano».
La mossa di Federmeccanica ha avuto un impulso decisivo da Marchionne. Come giudica "gli strappi" che arrivano
dall`ad della Fiat? «Mi sembra che finora Marchionne abbia dato buona prova di sé. E in questo caso ci ha fatto il servizio prezioso di indicarci alcuni difetti gravi del nostro vecchio sistema di relazioni industriali. Le altre grandi multinazionali che si tengono alla larga dall`Italia non perdono tempo a spiegarcene i motivi».
Alcuni sindacati, vedi la Cisl, chiedono una sorta di "do ut des". Del tipo, va bene più flessibilità, ma allora apriamo la strada della compartecipazione agli utili dei lavoratori? «È soltanto uno dei modelli di partecipazione possibili. Nel mio disegno di legge, sul quale l`anno scorso si era raggiunta una larghissima convergenza in seno alla Commissione Lavoro del Senato, ne sono ipotizzati altri otto. Nessuno di questi deve essere imposto: l`importante è che tutti i modelli possano essere scelti e sperimentati, e possano anche competere tra di loro».
E poi cos`è successo? «Per promuovere la partecipazione dei lavoratori in azienda occorrono alcune regole, in particolare sul piano tributario, che solo la legge può porre. Non comprendo davvero il perché dell`inerzia del Governo su questo terreno».
E Confindustria? «Non capisco neanche la sua opposizione, dal momento che il mio disegno di legge prevede sempre la necessità di
un contratto aziendale per l`attivazione di qualsiasi forma di partecipazione: l`imprenditore, come ovviamente il sindacato, che non ne vuol sapere non ha che da rifiutare di stipulare il contratto».
(Proprio mentre stiamo parlando escono i take di agenzia su Bonanni aggredito alla festa del Pd di Torino...)
Professore prima Schifani, ora Bonanni, cosa sta succedendo? «Episodi di questo genere appartengono al costume politico che consiste nel demonizzare le persone con le quali si
dissente... in questo modo ci si preclude di conoscere la realtà, ma la realtà va avanti senza attendere chi si comporta in questo modo».