
Quando ho letto della scomparsa di Lucio Magri e poi i primi commenti sulla indisponibilità e la sacralità della
vita agitati come bandiere, confesso che il mio pensiero
è andato alla notte in cui è morta Eluana Englaro, al clima di tensione che si respirava nell`ambiente della politica, diviso in schieramenti opposti in maniera del tutto inappropriata, al limite della violenza. I toni usati all`epoca erano davvero fuori luogo, sguaiati: per questo alcuni giorni fa ho fatto un appello per non tornare a un "tifo da stadio". Riconosco che l`espressione possa essere stata infelice, ma descriveva la paura di leggere o ascoltare rinnovate dichiarazioni aggressive e aspre, invece di riflessioni attente a quei limiti che appartengono alla coscienza individuale e che nessuno
può permettersi di valicare. HO LETTO però le critiche
di Paolo Flores d`Arcais alle mie espressioni e per questo voglio chiarire il mio pensiero. Chiedendo di non urlare frasi offensive e di non dividerci tra "pro vita" e "pro morte" non intendevo indicare che queste sono due categorie in cui mi riconosco. Intendevo riferirmi a ciò che abbiamo tutti vissuto in questi anni: da una parte del fossato chi non tollera la libertà di scelta e si autodefinisce pro-vita, dall`altra chi, come me, pensa che la libertà sia un diritto e in quanto tale nessuno ne possa essere privato, nemmeno nelle circostanze più estreme. E nessun ponte levatoio in mezzo per cercare una conciliazione. Vorrei anche ricordare che per le mie idee,
moderate e semplicemente democratiche, sono stato spesso indicato come un medico "esperto in eutanasia". Nulla di più falso. La verità è che da anni sono impegnato nel tentativo di introdurre nel nostro Paese una legge che consenta a ciascuno di noi di scegliere liberamente a quali terapie vuole essere sottoposto e a quali intende invece rinunciare in ogni fase della vita. Vorrei che questo diritto fosse garantito anche dalla legge, con un documento che si chiama testamento biologico, e che abbia valore vincolante anche quando non siamo più nella condizione di comunicare. Infine, vorrei che il compito di
attuare tali direttive venisse affidato a una persona che
si ama e dalla quale ci si sente amati. Insomma, che delle
mie cure, del loro proseguimento o della loro sospensione,
alla quale conseguirebbe la fine della mia vita, possa ad esempio decidere la mia amata figlia e non il partito che ha vinto le elezioni con divieti, scritti in una legge, sulle cure alle quali i parlamentari pensano che io non abbia il diritto di dire di no. QUESTI MIEI pensieri
evidentemente toccano temi che non sono assimilabili
alla scelta compiuta da Lucio Magri. Una scelta che
non mi sento di commentare prima di tutto perché non
ho nessun diritto di farlo e non mi sento autorizzato a
scrutare oltre quei confini della coscienza individuale
che ritengo sacri. Da chirurgo ho conosciuto sofferenze
insopportabili che non riescono a essere lenite neanche dalla terapia per il dolore e credo di capire cosa significhi desiderare di liberarsi della propria vita in
particolari circostanze. Affrontando le questioni che riguardano la fine della vita, non si può evitare, dunque,
di parlare anche dell`eutanasia. Esiste un diritto a chiedere aiuto per morire e chi è padrone della nostra vita: l`individuo, lo Stato, Dio? Non mi sento in grado di dare a questa domanda una risposta che valga per tutti,
però sono certo, come uomo e come medico, che nessuno
può giudicare le scelte estreme di altri e qualunque
aggettivo o sostantivo appare inappropriato per commentare
decisioni come quella di Lucio Magri. D`altra parte, personalmente non sarei in grado di iniettare nelle vene di un essere umano un veleno per porre fine alle sue sofferenze, nemmeno se fosse una persona molto amata a chiedermelo. Come medico cercherei di essere presente, attento con ogni possibile terapia che possa alleviare il dolore, ma non riuscirei a guardare negli occhi una persona che sto uccidendo, anche se mi venisse chiesto come un ultimo atto di amore.